Messaggio
alla Diocesi sulla pace
Milano, 11
febbraio 2003
Memoria della Beata Vergine di Lourdes
Molte
sono le minacce contro la pace; innumerevoli i segni di ingiustizia
diffusi nel mondo; tante le situazioni di conflitto, spesso dimenticate,
ancora in atto sulla terra; crescenti gli episodi di terrorismo che
diffondono paura e insicurezza. Di fronte a queste situazioni risuona
ancora una volta, con tutta la sua freschezza e la sua carica profetica,
l’appello di Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris a fondare
l’edificio della pace sui quattro “pilastri” della verità, della
giustizia, dell’amore, della libertà. Invito, pertanto, l’intera
Diocesi di Milano a ripartire dalla forza che questa enciclica, pubblicata
quarant’anni fa, è ancora in grado di sprigionare e a fare dei suoi
contenuti e delle sue indicazioni un “impegno permanente” per tutti.
Insieme – aiutati dall’arcivescovo Renato Martino, Presidente della
Commissione Giustizia e Pace della Santa Sede – ci ritroveremo nella
mattinata di domenica 16 marzo per un Convegno Diocesano che aiuti tutti a
conoscere, in modo corretto e senza smagliature o unilateralismi, la
posizione della Chiesa sulla pace. Non sarà né una manifestazione
ingenuamente pacifista, né una presa di posizione pro o contro qualcuno:
sarà un momento serio di riflessione e di conoscenza della dottrina della
Chiesa e delle sue concrete implicazioni.Nel rivolgere questo invito,
ripropongo alla comune considerazione quanto ho detto a Lecco, la scorsa
settimana, ai responsabili della cosa pubblica. In questi giorni di
gravissime preoccupazioni, infatti, non posso non richiamare alla pace
mondiale. Questo richiamo significa, concretamente, riaffermare: il dovere
storico e morale che, a livello dei responsabili, si facciano tutti i
tentativi possibili per evitare la guerra; l’esigenza di compiere ogni
sforzo per sconfiggere il terrorismo e toglierne le cause;
la necessità di sostenere l’opera degli organismi
internazionali; l’urgenza indilazionabile di costruire un mondo più
solidale, che elimini le disparità e operi in concreto per ridistribuire
equamente non solo beni e risorse economiche, ma anche conoscenze e
democrazia. È giunto il tempo che i popoli, le Nazioni, il mondo intero
– una volta per tutte e con estrema serietà – abbiano la saggezza e
il coraggio di alzare forte la voce per dire: “Mai più guerre!” e di
dare effettivo ed efficace seguito a questo grido. È lo stesso grido che
Paolo VI ha fatto risuonare nel Palazzo di Vetro dell’Onu il 4 ottobre
1965: «Mai più la guerra, mai più la guerra! È la pace, la pace che
deve guidare il destino dei popoli e dell’intera umanità!». Operiamo,
dunque, per la pace! Operiamo per una pace giusta e duratura! È
l’appello da far risuonare in questi giorni e sempre. È l’appello che
ci chiama tutti in causa direttamente, secondo le responsabilità proprie
di ciascuno, e che ci impegna ad essere “seminatori” di gesti
quotidiani di pace.Come ha detto Giovanni Paolo II, «diventa sempre più
urgente annunciare il “Vangelo della pace” ad un’umanità tentata
fortemente dall’odio e dalla violenza. Occorre moltiplicare gli sforzi.
Non ci si può fermare di fronte agli attacchi del terrorismo, né davanti
alle minacce che si levano all’orizzonte. Non bisogna rassegnarsi, quasi
che la guerra sia inevitabile».Sono parole fortemente provocatrici.
Alcuni, infatti, ritengono che, in certe situazioni drammatiche, la guerra
è “inevitabile”. Ma è proprio così? In ogni caso, a noi è chiesto
di più. Ci è chiesto di operare affinché la pace stessa – e non la
guerra! – sia davvero concretamente “inevitabile”. Sì, la pace, con
l’opera di tutti, può e deve diventare “inevitabile”!
A
tutti i credenti, dico: non dimentichiamo che la pace nasce e cresce nel
cuore degli uomini. Per renderla “inevitabile”, occorre dunque che sia
cambiato il cuore dell’uomo. Solo Dio, nel suo amore misericordioso, lo
può fare! A lui vada la nostra umile, fiduciosa e instancabile preghiera.
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Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano